Dissionario

Sia chiaro subito: niente di scientifico! Come l’altra volta con “Padovando”, è una cosa fatta alla buona e, seppur mi sia dato abbastanza da fare e mettendoci il massimo impegno e sentimento, avrà senz’altro i suoi belli errori di vario tipo, omissioni importanti e altri sbagli di varia qualità. Tutto poi è accompagnato da dubbi che ho avuto e che ho ancora soprattutto su l’ortografia di tante parole, dovuti anche perchè in giro ci sono diversi modi di pensare ed è difficile “incontrarsi”. Io non sono uno che ha studiato e nemmeno un letterato: sono solo un padovano tanto innamorato della sua città e del suo bel dialetto che col cuore ha cercato di mettere insieme tutte le conoscenze e il suo modesto sapere in questo campo dovuto, principalmente, per l’età avnzata e che ha cercato di metter su questa cosa soprattutto perchè restasse un qualcosa d’altro di questo nostro “parlare” di Padova e circondario. Questo lavoro è dedicato a tutti i padovani ma più che altro ai più giovani che così avranno uno strumento in più per ricordare questo modo di esprimersi dei loro vecchi dato che, purtroppo, con tutto il parlare italiano e con l’inglese che imperversa largamente dappertutto, tutto andrà lentamente nel dimenticatoio, inesorabilmente. Spero, tanto, di sbagliarmi!

Pier Giorgio Fontana
(Dalla prefazione)

Nonostante l’uso ormai generalizzato della lingua italiana nella nostra penisola, sia negli scritti che nelle comunicazioni orali, da un po’ di anni a questa parte stiamo assistendo ad una lenta ma continua rivalutazione delle parlate popolari per il fatto che, finalmente, il mondo elitario della cultura apertamente riconosce che hanno dignità di vere e proprie lingue anche i dialetti, cioè le cosidette “lingue minoritarie”. Di qui il rinnovato interesse per il modo di esprimersi della gente più comune, per il vissuto e per le tradizioni dei nostri paesi e delle nostre città intese come preziose piccole patrie di una patria più grande. Tra i dialetti ancora esistenti a parlati in Italia, il “veneto” si distingue come il più resistente ai tentativi di soffocarlo e farlo morire del tutto, forte com’è della sua straordinaria ricchezza espressiva che gli permette di affrontare qualsiasi argomento adoperando vocaboli pertinenti e precisi.
Che il nostro dialetto padovano sia ancora vivo e vegeto lo dimostra in particolare l’aumento della produzione di testi in prosa e poesia scritti e pubblicati in vernacolo da appassionati dialettofoni. Meno frequenti per la loro complessità arrivano alle stampe saggi dialettologici, studi grammaticali, ricerche specialistiche, raccolte di termini in vocabolari o dizionari, sempre utili comunque da usare come strumenti di consultazione. Se son passati quasi due secoli e mezzo dalla pubblicazione (nel 1775) del primo “Vocabolario padovano-veneto”, a cura del noto glottologo Gasparo Patriarchi, sappiamo che altri validi autori si sono impegnati nel tempo a raccogliere quante più parole possibili perché non andasse disperso il tesoro lessicale tipico del nostro dialetto.
Dopo l’Unità d’Italia i vocabolari dialettali furono compilati, prima, al solo scopo, diciamo così, archeologico e poi, in seguito, con un ben preciso scopo didattico, essendo l’intento quello di fornire un aiuto a parlare correttamente l”italiano”, lingua di estrazione toscana dichiarata nazionale e resa obbligatoria nelle scuole. Nel periodo fascista non solo fu abolito nelle scuole elementari il sussidio didattico-sperimentale dei manuali “Dal dialetto alla lingua”, ma iniziò una dura opposizione ad ogni forma di cultura locale proibendo addirittura l’uso dei dialetti. Un’opposizione che, purtroppo, è durata fin quasi ai nostri giorni.
Oggi, cambiati i tempi, tutti noi italiani sappiamo esprimerci nella lingua nazionale per averla studiata a scuola dall’asilo all’Università, mentre invece c’è il rischio che i dialetti vengano abbandonati del tutto. Per questo ritengo altamente meritoria l’opera di Fontana che si è sobbarcato la non facile fatica di reperire una lunga serie di vocaboli del linguaggio padovano, prima che vengano sostituiti da corrispondenti parole italiane o, Dio non voglia, da termini stranieri.
Pur non approvando alcune scelte ortografiche dell’autore (per es. la “elle tagliata”, l’uso eccessivo dell “x” = ics, da leggersi come una “esse sonora”), trovo lodevole l’opera dell’autore, perché anche una raccolta empirica di vocaboli, basata sull’idioletto del compilatore, ha una sua valenza positiva. Io sono dell’avviso che finchè esistono e “si danno da fare” padovani autentici innamorati come Fontana della propria città e del proprio parlare popolare, non ci sarà pericolo che il veneto-padovano cada tanto presto nel dimenticatoio, come continuano a profetizzare alcuni nostrani linguisti del malaugurio.

Prof. Silvano Belloni